banche
Sotto un pezzo di Matt Taibi che ho adattato in italiano in maniera molto disilvolta su GS. Sullo stesso tema vi segnalo un racconto di Giuseppe Signorin, uscito per i tipi di tconzero.
Ci sono le banche che ogni giorno provano a fotterti, e quelle che ti fottono senza che neppure sai che esistono. Sono le banche d’affari. La crisi le ha spazzate via quasi tutte, senza pietà. Bear Stears, Lehman Brothers e Merril Lynch. Sono rimaste Goldman Sachs e Morgan Stanley. Macchine da soldi a scapito di famiglie e gente della strada che si trova stritolata da speculatori. Se pensate che il funzionario del vostro sportello sia uno stronzo senza pietà, forse non avete mai provato a essere morsi a un vampiro.
Questa è la storia, approssimativa, di cinque bolle gonfiate senza nessuna grazia dalle banche d’affari. Quelle dove chi lavora veste in maniera impeccabile e sorride con sorrisi di plastica e probabilmente ha un’ educazione sopra la media e un cervello piu’ veloce del nostro. Peccato che i banker si possano muovere senza troppe regole sui mercati e influenzino duramente la crescita dell’economia globale, e il benessere di tutti noi.
Goldman Sachs è uno splendido esemplare di queste bestie che pascolano sull’umanità senza nessun recinto. Non solo è la più potente banca d’investimento sul pianeta terra, ma è un vampiro che succhia il sangue a tutto quello che profuma di soldi. E il problema non è tanto che questa gente abbia ben pochi scrupoli, ma che chi si è preso la briga di controllare come agiscono proviene troppo spesso dalla stessa banca. Basta curiosare chi sta nelle posizioni chiave dell’amministrazione americana degli ultimi 15 anni per capire che vischioso connubio c’è tra amministrazione e banche.
Il ruolo unico di potere e notorietà dei banchieri negli Stati Uniti ha permesso di trasformare la società americana in una gigante truffa dove viene generata una domanda artificiale di prodotti spazzatura. Sono stati manipolati interi settori economici per anni, spostando il giochino quando un mercato collassava, e ogni volta facendo ingoiare costi alla società talmente alti da devastare intere famiglie: prezzi folli per la benzina, tassi di interesse esorbitanti per le carte di credito, fondi pensione a puttane, licenziamenti di massa, e tasse esorbitanti per sostenere settore economici che piangono miseria.
Quando i soldi spariscono per impoverire le famiglie vanno da qualche parte, e Goldman Sachs è uno dei tanti posti dove vanno a finire: questo tipo di banche è un gigante e sofisticato motore per convertire il benessere della società in quello che è la più inutile e insolubile sostanza sul pianeta terra – il profitto per individui spudoratamente ricchi.
Ci riescono usando sempre lo stesso manuale. La formula sembra relativamente semplice: le banche d’affari si mettono nel mezzo delle bolle speculative, vendendo investimenti che loro sanno essere della merda. Poi raccolgono come aspirapolveri un sacco di denaro dai piani bassi della società con il benestare di uno stato corrotto che permette di riscrivere ogni volta le regole della finanza in cambio dei relativi quattro soldi che le banche mettono nelle tasche dei politici. E alla fine, quando la bolla scoppia, lasciano milioni di poveri cittadini senza una lira, e ricominciano questo giochino di nuovo, prestandoci i nostri soldi a folli interessi e proponendosi come signori al di sopra di ogni sospetto. Ma sono solo un gruppo di signori dal cervello fino che mandano avanti il mondo per l’interesse di poche persone. Lo fanno dagli anni ‘20 – e adesso si stanno organizzando per rifilare quella che potrebbe essere la più grande e audace bolla della storia.
Se vogliamo capire come siamo finiti nell’ennesima crisi finanziaria, dobbiamo provare a capire dove cazzo sono sono finiti questi maledetti soldi – e per capirlo – dobbiamo copire cosa hanno combinato le banche come Goldman nel passato. Questa è una storia fatta di bolle finanziarie perfette – compreso l’ultimo e inspigeabile picco del prezzo dell’oro nero. Ci sono stati un sacco di perdenti in ognuna di queste bolle. Ma Goldamn non era una di loro.
La storia della recente crisi finanziaria, che sembra aver lasciato attaccata ad un palo il sogno americano, è un album delle figurine di gente che si è formata da Goldman Sachs. La banca nasce alla fine del diciannovesimo secolo. La storia è quella del grande romanzo americano. Immigrati che fanno il grano nella terra promessa. E in quasi cento anni di storia e forte reputazione c’è solo un neo che guardato con il senno di poi suggerisce una lettura per i disastrosi eventi piu recenti. Parliamo della prima bolla, nei favolosi anni venti, che trascina l’economia globale verso la Grande Depressione del ’29.
Goldamn Sachs si era imbarcata in un trucchetto con cui qualcuno si diverte ancora - l’ultimo si chiama Murdoff, ed è stato condannato per un centinaio di anni di galera un paio di mesi fa. Lo schema è abbastanza semplice. Prendi i soldi da molti investitori e li investi attraverso fondi d’investimento. Quando le cose vanno male, e non fai profitti, simuli i guadagni accogliendo altri denari con cui copri le perdite, finchè la coperta è troppo corta per coprire tutte le malefatte e ti ritrovi impiccato. In gergo si chiama “ponzi scheme”, in onore di un grande truffatore italo-americano che ha calcato la scena nei primi anni del novecento. Goldaman Sachs ne realizza uno spettacolare in quegli anni al punto che nel capitolo “In Goldamn Sachs We Trust” del libro “Il grande crollo” dell’economista John Kenneth Galbraith, si scrive che il crash è una delle cause del crollo del listino azionario del ’29.
Goldman sopravvive a questa gigantesca truffa. Dopo 65 anni si ritrova come la Banca per eccellenza. In particolare è stata pionere di uno sturmento finanziario che si chiama IPO o offerta pubblica iniziale. Di fatto, quando un’azienda decide di finire in borsa per raccogliere capitale, avviene una IPO e si offrono azioni sul mercato. Fino agli anni novanta, la Goldman aveva una reputazione molto solida sia per i sani principi etici che attraversavano il management, sia per la pazienza con cui attendevano i ritorni. E il management seguiva pedissequo un mantra che recitava “ long term greedy”, ovvero essere avidi, ma nel lungo periodo.
Ma sembra che qualcosa si sia rotto ad un certo punto. Difficile cosa abbia sputtanato la cultura aziendale. Di certo si sa che lentamente gli uomini di Goldman Sachs si sono infilati nell’ammistrazione pubblica. In primis un certo Robert Rubin, che diventa segretario del tesoro americano e ha un ruolo cruciale nel regolamentare i mercati finaziari durante lo strapotere di Clinton.
Durante la bolla di internet la truffa messa in atto verso gli investitori è abbastanza semplice da capire, anche per uno che di finanza é a digiuno. Aziende che non erano nulla piu’ che idee su tovaglioli di carta vengono portate in borsa grazie alla credibilità di chi le portava sul mercato, ovvero le banche. Di fatto hanno costruito un doppio sistema, uno per chi conosceva che queste aziende erano mele marce,e uno per chi credeva con fiducia nella bellezza del mercato. Chiaramente insieme a Goldamn Sachs c’erano altre banche, anche molto più spericolate.
Fino agli anni novanta per portare un’azienda in borsa c’erano alcune regole non scritte molto chiare. L’azienda doveva essere in attività da almeno cinque anni e doveva mostrare profittabilità per almeno tre anni di fila. Ma l’innovazione tecnologica cambia le regole del gioco, e gli analisti si sono messi a scrivere stronzate completamente irrazionali sulla profittabilità delle aziende. Peccato che nessuno abbia avvisato in giro che le regole del gioco erano cambiate. Lo sapevano solo gli insider, che girano per tempo le proprie posizioni mentre gli altri rimangono impigliati nel crollo verticale delle azioni.
Goldaman Sachs diventa la regina delle IPO nell’era di Internet grazie alla capacità con cui riesce a piazzare le azioni sul mercato, a prezzi sempre più alti per scommesse sempre più rischiose. La accusano di raggiungere questi risultati con un uso troppo disinvolto delle regole, grazie ad un meccanismo indiretto di controllo dell’offerta. Ma nonostante qualche qualche multa esce con la faccia pulita dalla bolla internet e si mette a soffiare per costruire un’altra bolla, quella immobiliare.
Non è difficile neppure tracciare la responsabilità delle banche d’affari nel disastro globale causato dalla bolla del real estate. Anche in questo caso, la causa è legata al degrado delle regole non scritte con cui avevano funzionato i mercati fino a pochi anni prima. Non tanto nelle quotazioni, ma nei mutui.
Negli Stati Uniti fino a pochi anni fa succedeva quello che ancora succede in Italia. I mutui venivano concessi solo ad acquirenti in grado di pagare una parte iniziale dell’investimento, avere un reddito decente e stabile, e avere un nome e cognome. Ma, con l’inizio di un nuovo millenio, qualcuno ha deciso di buttare fuori dalla finestra queste regoline e hanno iniziato a sottoscrivere mutui sul retro dei tovagliolini alle cameriere dei bar e a gente appena uscita da galera con in mano dieci euro e una tavoletta di cioccolato.
Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza banche d’investimento come Goldman Sachs, che hanno creato strumenti per confezionare tutti questi mutui pestilenti e venderli in massa a compagnie di assicurazione e fondi pensione senza che questi avessero idea di cosa stavano comprando. Questo ha creato un mercato per titoli tossici che non era mai esistito. Una volta nessuna banca avrebbe mai accettato di prendersi sulle spalle i mutui di galeotti tossicodipendenti, sapendo come è facile non riuscire a star dietro a un mutuo senza un lavoro. Di fatto non puoi concedere certi mutui se non sai già a chi rifilarli. E Goldaman Sachs aiutava a impacchettare merda che fumava.
Usava un paio di metodi per camuffare i pacchi che stavano vendendo. In primis, accorpava centinaia di diversi mutui in veicoli finanziari chiamati obbligazioni collaterali di debito (CDO). Visto che molti di questi mutui erano ok, non c’era da preoccuparsi troppo di quei mutui che con molta probabilità sarebbero stati insolventi. Cosi, mischiando muti classificati come sicuri, con muti classificati come spazzatura, tutto veniva mascherato. Poi, per speculare sulle loro scommesse, le banche d’affari hanno chiesto a compagnie di assicurazioni di assicurare questi CDO attraverso un derivato creditizio (CDS). Di fatto questi derivati sono scommesse tra compagnie d’assicurazione e le banche. La banca scommette che il galeotto sarà insolvente, mentre la compagnia di assicurazione scommette che riuscirà a pagare tutte le rate.
Capite che è assurdo che una banca metta sul mercato un prodotto scommettendo che il prodotto è marcio. Ma soprattutto c’era un problema con questi strumenti. Sono strumenti che vanno fortemente regolati e controllati. Negli anni novanta questi strumenti causano il fallimento di una delle regioni più ricche del mondo, l’Orange County in Califonia. Ma anche multinazionali scafate come Protect & Gamble perdono delle fortune. Peccato che chi prova a introdurre una maggiore regolamentazione dentro l’amministrazione di Clinton viene fermato e sappiamo che la persona con la massima autorità su queste materie dentro l’amministrazione era Rubin, uno che fino a pochi anni prima era il numero uno di Goldman Sachs. Nel 2000 passa il “Commodity Futures Modernization Act”, che permette alle banche di scambiare questi strumenti in maniera molto disinvolta.
Goldman non si prende troppi rischi. Confezionava merda e la rifilava a istituzioni e fondi pensione. Anche in Italia i Comuni sono stati riempiti di pacchi, con il consiglio di banche d’affari come UBS, Morgan Stanley, JP Morgan e Deutsche Bank. La fine di questo giochino è ben nota, e si salva praticamento solo Goldman Sachs probabilmente grazie a maggiore acume e conoscenza del mercato ma anche a un legame fin troppo stretto con i controllori.
Ci troviamo nel 2008 con il mondo finanziario in piena turbolenza. Tutti i prodotti sfornati negli ultimi ventanni dalle banche venivano associati a truffe. Il mantra che circolava nell’era Bush che i prezzi delle case non sarebbero mai scesi, era stato ormai sputtanato, lasciando spazio alla creazione di nuovi prodotti finanziari. Ma la gente era riluttante nell’investire i propri soldi in pezzi di carta.
C’era il desiderio di investire in qualcosa che avesse un peso, una forma, un odore. Roba che si potesse toccare: grano, caffè, cioccolato, ma soprattutto petrolio. Il prezzo di un singolo barile passa da circa sessanta dollari a metà del 2007 ai 147dollari dell’estate del 2008. Quell’estate si spiega agli americani perché il prezzo della benzina è praticamante quasi il doppio di quello di qualche mese precedente. Si racconta la favola che nel mondo c’è un problema con la domanda di petrolio. Siamo in piena campagna elettorale. Obama propone di investire nelle auto elettriche, mentre John McCain di scavare nuove pozzi in mezzo al mare.
Erano bugie. La domanda di petrolio in quel periodo non saliva, scendeva se si curiosa tra i dati del U.S. Energy Information Administration. Cosa era che ha provocato tale impennata nel prezzo del petrolio? Indovinate. Ovviamente le banche – e qualche altro attore che agisce su quel mercato - hanno avuto un ruolo cruciale. Goldman ha convinto fondi pensione e altri grandi investitori istituzionali a comprare oil futures – dove di fatto si accetta di comprare petrolio a un certo prezzo in un data prestabilita. Cosi hanno trasformato il petrolio da qualcosa di fisico, rigidamento soggetto a domanda e offerta, in qualcosa su cui scommettere, come un’azione.
Tra il 2003 e il 2008, la cifre investita in materie prime è cresciuta da 13 billioni di dollari a 317 billioni di dollari. Anche dopo la depressione del ’29 si era verificato un fenomeno molto simile, che il Congresso americano aveva bloccato con una legge per evitare che la domanda e l’offerta di materie prime e in particolare di derrate alimentari fosse influenzata da speculatori finanziari. Peccato che nel 1991 la Goldman convince l’ organismo incaricato di vigilare sugli strumenti derivati utilizzati per determinare i prezzi attuali e futuri delle derrate agricole che non solo i grandi produttori e intermediari di materie prime potevano operare su questo mercato, ma anche operatori finanziari come Goldman. Cosi loro e altre banche erano liberi di speculare e noi di pagare prezzi sempre maggiori nonstante un calo della domanda.
Ad oggi il prezzo del petrolio è crollato, tornando intorno ai 35 dollari ad inizio dell’anno e ora intorno ai 65. Ancora una volta chi aveva investito sulla crescita del prezzo erano i fondi pensione. E sono stati massacrati, con i portafogli delle persone che hanno investito i loro risparmi. Al contrario Goldman si è portata a casa enormi profitti, perché era chiaramente consapevole che alla base della crescita dei prezzi c’era solo speculazione, e non una domanda reale, e ha quindi girato in tempo le proprie posizioni.
A settembre dello scorso anno il safari della finanza cercava disperatemente nuove prede. In giro non era era rimasto nulla, a parte le tasse dei cittadini. E Goldaman Sachs mostra ancora una volta i muscoli. Il segretario del tesoro Paulson, vecchio capo di Goldaman, prova a salvare alcune istitituzioni finanziarie e fa fallire miseramente uno degli ultimi avversari veri di Goldman Sachs, la Lehman Brothers. Crea un piano da settecento milioni di dollari per aiutare le banche in difficoltà, tutte sull’orlo del fallimento. Ad amministrare questo fondo ci va un giovanotto che viene da Goldman.
La Goldaman per racimolare più denari per non collassare si trasforma da banca d’investimento, soggetta a poche procedure per operare sul mercato, a una banca tradizionale in modo da raccogliere un maggior numero di fondi pubblici. Peccato che a controllare come Goldman agisca sul mercato c’è sempre qualcuno che viene dalla Banca stessa. Ma il problema non sono tanto i soldi che si sono presi dal governo per ripianare i disastri, che per inciso derivano dalle tasche dei cittadini, sono i profitti che si portano a casa i manager.
Sembra che con la mano destra si sono portati a casa i soldi del governo per ripianare le perdite, e con la mano sinistra hanno nascosto profitti nei paradisi fiscali. Infatti nel primo semestre di questo anno la banca distribuisce i più alti bonus della storia, un po’ perchè non c’è nessuno con cui competere, un po’ perchè grazie alla incredibile rete relazionale hanno una capacità unica di creare business.
Arriviamo all’estate 2009. C’è Obama al governo. La sua raccolta fondi per la campagna presidenziale è stata sostenuta pesantemente dagli uomini di Goldman Sachs. I suoi dipendenti gli danno quasi un milione di dollari. Nelle posizioni chiavi del nuovo governo cambiano le faccie, ma vengono sempre dalla stessa scuola, quella della banca d’affari piu importate al mondo.
Il nuovo giochino sono i carbon credits, titoli finanziari negoziabili emessi dalle autorità nazionali in virtù di iniziative che riducono l’emissione di CO2 nell’atmosfera. Il giochino è abbastanza semplice. Tu inquini, e per inquinare di più compri carbon credits che emettono le aziende che inquinano meno. Di fatto si crea un mercato in cui le emissioni di CO2 hanno un valore economico. Intorno a questo giochino, in gergo cap and trade, ci sta lavorando l’amministrazione Obama, e chiaramente si potrebbe aprire un mercato altamente profittevole molto simile a quello delle materie prime. Ma con sopra una ciliegina. I prezzi tenderanno sempre a salire, visto che le politiche internazionali vogliono ridurre il numero di emissioni totali.
Chiaramente la Goldaman sta lavorando per mettere le mani su questo mercato, che si calcola avrà un valore di almeno 646billioni di dollari solo negli Stati Uniti. Giusto per avere un’idea di quanto vale, pensate che è il doppio del valore del mercato dell’energia elettrica negli Stati Uniti. Non solo, Goldman ha investito pesantemente sull’industria dell’energia rinnovabile, che grazie alla tassazione di questo nuovo mercato dovrebbe avere importanti finanziamenti pubblici generando quella ripresa che Obama ha messo in cima ai propri obiettivi.
Fa sorridere pensare che un’azienda che é sempre sfuggita alla regolamentazine si metta in testa di salvare il mondo dalla catastrofe ambientale. Di fatto loro suggeriscono di far pagare una tassa a chi produce inquinamento, ma invece di farla gestire direttamente dal governo, di farla gestire agli istrioni di Wall Street, che avidamente si metterebbero in tasca un sacco di quattrini solo perchè c’è qualcuno che continua a inquinare e può pagare per farlo. Cosi la banca si mette in tasca i soldi delle tasse prima ancora che qualcuno le versi. Geniale, soprattutto dopo che si sono intascati i soldi dei cittadini con il bailout del 2008.
Capite che il gioco è sporco. Molto piu sporco di quello che uno può lontantanamente immaginare. Il mondo degli affari e intimamente connesso al mondo alla politica, e l’obiettivo non è generare benefici per tutti, ma per pochi, molto pochi. Certo, raccontano che il problema non sono i soldi, ma come vengono usati. E che le banche sono un pezzo fondamentale per far funzionare il mondo. Peccato che rivoltino la loro posizione rispetto ai loro bisogni, e non a quelli delle comunità. Non si può fare molto per contrastare questo fenomeno, ma forse vale la pena di intuire quali comportamenti determinano il prezzo delle nostre vite, e perchè qualcuno durante l’ultimo G8 è finito in galera per aver dato fuoco un bancomat a Milano.