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splendido splendente

C’è stato un momento in cui il porno è stato parte del discorso pubblico. Cicciolina in parlamento, Moana in prima serata. Momenti magici, che si sono eclissati con gli anni novanta. E adesso che ci chiediamo come siamo finiti a vivere in un tempo in cui galleggiamo nella mucillagine sociale, il romanzo di Ivan Guerrerio “Splendido Splendente” è una traccia non banale che ci accompagna dentro i gangli che hanno tenuto insieme il paese.

Marzio Milani si è scopato Moana Pozzi per caso. Lei l’ha rimorchiato sopra un bagnasciuga sul mar di Liguria. Rimangono amici fino alla sua tragica scomparsa. Davanti agli occhi di Marzio passano i collettivi degli anni settanta, la prepotente avanzata del terziario, i soldi facili degli anni ottanta, il socialismo rampante. Ma soprattutto passa Moana. Il romanzo incede tra pezzi di diario di Moana e il racconto orale di Marzio Milani. Ogni capitolo segna un anno. Ogni anno si apre con il ritornello di una canzone di San Remo. L’immaginario pop deborda all’orizzonte, senza lasciare scampo alla voce narrante che rimane incastrata nella banalità degli anni ottanta.

Ivan Guerrerio ha vinto con merito il prestigioso Premio Italo Calvino per questo romanzo d’esordio. “Spledido Splendente” racconta l’Italia riflessa sul corpo di Moana. O meglio, il corpo di Moana riflesso sull’Italia. A tratti ci si illude che l’immaginario popolare si sia fatto scalfire dell’irruenza dei desideri ben incarnati da questa dea, ma alla fine ci si accorge che tutto viene sapientemente glassato, rinegoziato dal potere e dal mercato. Cosi ci resta il corpo di Moana, morto stecchito. E una Milano a puttane, che da questo romanzo ne esce a pezzi, bistrattata dagli anni ottanta e incapace di ritrovare la dignità.

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