boogie
A Rs mi hanno chiesto di scrivere una cosina su Boogie, noto fotoreporter. Sono partito da una vecchia suggestione di gelatimotel, che magari qualche lettore affezionato ricorda. Lui inaugura nei prossimi giorni a Milano, presso la Avantgarden gallery.

Cinque sacchi per un pompino. Cinque sacchi per una roccetta di crack.
Il cesso di plastica è un alcova dove consumare un piacere nervoso. Un’orgasmo veloce. Cinque tiri profondi. Ti fai fare un pompino, lei si compra il suo cristallo. Bastano cinque sacchi per pensare di essere felici. Il resto è merda. La stessa che trovi nelle immagini di Boogie. Lui è un serbo che finisce a New York alla fine degli anni novanta e passa il tempo con gente emarginata. Inizia a fotografarla. Gente che si riempe di crack. Gente che si fa in vena. Gente che usa le pistole. Puttane e papponi. Senza tetto e pusher. Le immagini sono in biano e nero, come il bene e il male. Boogie sguazza in quello che noi ci ostiniamo a chiamare male, che ci fa paura. Quello per cui il governo ci manda i militari in città, quello che il sociologo Bauman ci racconta in “Fiducia e Paura nella citta”.
Ma Boogie ha la capacità rara di stare a proprio agio in quel verminaio che è la metropoli contemporanea, e si mimetizza con tutto il malessere che l’attraversa. Di retorica sui fantasmi che animano la città se ne fa fin troppa. Vivere ai margini spesso non è una scelta, ma una conseguenza di una sistema sociale che tende brutalmente a creare disuguaglianza. E le città ne sono la rappresentazione più immediata. I ghetti sono un cancro comune alle grande metropoli. Dentro si annida merda. Boogie ha fotografato la merda di New York, quella di Mexico City, di Caracas e di San Paolo.
Nelle fotografie di luoghi tanto diversi trovi le stesse posture dei corpi sfatti, le stesse cicatrici che segnano il tessuto urbano, gli stessi comportamenti. Queste grandi metropoli, al di là del vernacolare locale, si assomigliano. Non basta la cosmesi degli interventi architettonici, dietro la propaganda dei grandi progetti di riqualificazione urbana degli ultimi anni ci sono trincee dove si annidano senza tetto, immigrati e delinquenti che cercano dignità nello spazio urbano. Ci sono ghetti e slum sterminati. A fare da contraltare al mondo che ci racconta Boogie, ci sono spazi abitativi militarizzati, dove la sicurezza è un placebo per quietare i privilegiati.
Le immagini di Boogie si prendono anche carico di raccontare un immaginario urbano che nella musica fatica a smuoversi dagli stereotipi. Tutto quello che è “street life” si è un po’ sputtanato con il mercato, perdendo quella vena realista che tanto aveva aiutato generi come il rap a sdoganarsi. Altro che Nas, nei lavori di Boogie sembra lo spettacolo si eclissi a favore del reale. Ostico, ma dannatamente autentico. L’obiettivo si muove sempre all’altezza dell’altro, senza fare alcuna forma di morale su cosa sia bene e male,senza guardare nessuno dall’alto al basso. La strada per Boogie diventa il luogo che produce un’altra forma possibile di senso, una delle tante traiettorie dove costruire la storia. Non per forza la peggiore. Ma guardare le foto di Boogie è un monito. La merda se non ci sei dentro è dietro l’angolo. Sta li, pronta a investirti.