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Alias/ il Manifesto 24 gennaio

Ci voleva la recessione per bloccare l’hype della città creativa. Da quando Richard Florida ha sfornato l’ormai noto libro dove indici di ogni genere mettevano in fila le città per la presenza di gente creativa, molte amministrazioni si sono messe a inseguire l’idea di trasformare lo spazio urbano in un parcogiochi per consumi culturali neppure troppo sofisticati. Eventi. Festival. Musei. Mezzi musei. Su tutto il pianeta, perfino in Cina, dove sono spuntate surreali scatole di design piene di sola aria.

All’orizzonte oggi si vede invece uno scenario catastrofico, dove i denari per la cultura sono finiti. E soprattutto ci si sta accorgendo che tutto questo affannarsi per la cultura fosse molto strumentale e ben poco centrale nell’istituire una parvenza di senso collettivo. Certo, sarebbe il caso di soppesare ogni singolo caso, ogni singola azione in un contesto specifico. Qui mi limito a segnalare un tendenza, neppure troppo legata all’Italia, ma che ha segnato tutti quei luoghi che hanno vissuto una radicale ristrutturazione del sistema economico e annaspando hanno provato a speculare con leggerezza su cultura e creatività.

La bolla immobiliare, che ha tenuto a bada tutto e tutti con sostanziosi contributi al mondo della cultura, non solo lascia le istituzioni senza liquidità, ma lascia pezzi di città costruiti a metà, buchi neri, che saranno abitati da fantasmi. L’immaginario di questo questo scenario urbano devastato e poco accogliente tra le rovine della città creativa (ben delineato da Matteo Pasquinelli in un recente intervento a Berlino – Beyond the ruins of the creative city – dicembre 2008) è però da diversi anni all’orizzonte di gente che ha provato ad abitare spazi marginali, e forse anche periferici, in senso assoluto. Come un crack, alla fine degli anni novanta, un estetica abrasiva, ma anche meditativa, ha iniziato a prender forma in diverse comunità di ricercatori a proprio agio tra i suoni e le arti visive negli Stati Uniti, per poi cascare in Europa.

Providence, Brooklyn, Los Angeles, Portland. Le città da quelle parti hanno ricominciato a crescere dopo anni di fuga della popolazione verso suburbia, e negli intestini si sono sedimentate scene culturali che portavano sulle spalle un malessere di certo non nuovo, ma radicato dentro uno scenario di trasformazioni socioeconomiche diverse. Cresce il ruolo dell’economia culturale e cognitiva, lo spazio pubblico viene progressivamente corroso dagli interessi privati e la globalizzazione tende a ridefinire i ruoli delle singole città nel mondo alimentando forme di controllo e repressione. Pezzi di città abbandonati dalla grande industria manifatturiera diventano intestini che accolgono eccentrici sperimentatori e sempre più migranti, soprattutto latini.

L’immagine di una città industriale, meccanica, sintetica, che fino a quel momento aveva segnato un certo modo di raccontare lo spazio urbano si sfrangia di materia organica, della natura, che entra prepotentemente con tutta la sua magia, nel cuore dell’abitare, grazie a personaggi che arrivano dall’america più isolata. Si attenua il dualismo tra suburbia e città, ormai vittime degli stessi problemi, e si torna a un confronto tra spazio urbano e natura. Una nuova sensibilità ridefinisce la geografia delle scene culturali negli Stati Uniti, dando vita a grumi che hanno disegnato l’immaginario urbano degli ultimi anni. Andrea Lissoni e Daniele Gasparinetti, dell’associazione Xing, provano a renderne conto in un Festival, o meglio una mostra, che vive di tre intense giornate.

Netmage, dal 22 a 24 di gennaio a Bologna presso Palazzo Re Enzo, è un percorso che svela i nodi produttivi e i percorsi emozionali che attraversano alcuni degli scenari urbani in trasformazione, indagando attraverso la dimensione visiva e quella sonora del live-media. Dentro la programmazione si percepisce anche il desiderio di individuare, e mappare, situazioni che insistono sulla stessa questione andando a pescare realtà, anche distanti, che sembrano germinare dallo stesso humus. Suoni e visioni spesso abrasivi, e regressivi, che hanno segnato negli ultimi anni molte delle estetiche di confine che sono entrate in un qualche circuito distributivo. Ma anche visioni della città distopiche, apocalittiche, al limite dell’insofferenza che aprono inesorabili scenari di fuga come in “The distance to the sun”, film di Andrea Dojmi, surfista oceanico che ambienta un sci-fi tra le colline di Hollywood e il deserto del Nevada. Oppure esplorazioni ossessive dei ritmi di paesaggio urbano di Stefan Nemeth e Lotte Schreiber, in cerca di un altro modo di costruire gli spazi.

Le star di Netmage sono i Black Dice. Nascono nella culla di Providence, cittadina universitaria al centro di un tessuto urbano densissimo e in piena trasformazione che intorno a una scuola di design è riuscita a far germinare una scena tanto conturbante da scuotere molto, e molti, nel panorama noise internazionale. Della stessa città è ospite a Bologna Mudboy, artista visivo e musicista che con un organo elettrico disegna tappeti sonori selvatici e devastati. Nato in Messico, come artista visivo assembla materiali che assomigliano a giungle illuminate da led in acido piene di mostriciattoli. Un immaginario simile alle proiezioni che ci sono durante i live degli stessi Black Dice, curate dal regista Danny Perez: interminabili viaggi psicadelici, fatti di assemblaggi e rimandi agresti, tratto comune di questi nuovi coloni che abitano l’immaginario urbano.

Tra le rovine di queste città creative proprio un rapporto primordiale con la natura sembra irrompere, segnando una frattura con la giungla d’asfalto.Si recuperano altri suoni, altri colori. Estate 2007, settanta persone si trovano su un fiume che è la cicatrice e l’anima di Los Angeles. Una lingua di cemento che attraverso la città, nascosto da eucalipti e cartelloni pubblicitari. I No Age, che nel 2008 si sono presi parecchie menzioni per un disco uscito per i tipi della Subpop, montano un amplificatore e una batteria e fanno un concerto struggente interrotto dall’arrivo della polizia. Su youtube finisce la documentazione. Tre video sorprendenti, che scandiscono forme di colonizzazione dello spazio urbano, delle sue infrastrutture più profonde, con un carico emotivo solare. I No Age non sono ospiti di Netmage, ma fanno parte di quella scena musicale intorno a un posto gestito da adolescenti nel cuore di una downtown Los Angeles in piena, e dolorosa, trasformazione. Si chiama The Smell, e da alcuni anni ospita i gangli della scena che puntella l’immaginario di chi prende a piene mani dagli scarti di una cultura musicale diffusa e popolare per riassemblare materiale pestifero. Spesso ci suona John Wiese, e si accompagna con rivoli di amici che incontra nei tanti progetti che porta avanti in giro per il mondo. A Bologna lui si presenta con Pete Swanson, fondatore degli Yellow Swans, band di culto di tutto quel noise psicadelico annidato a Portland, altra città colonizzata da gente fuoriuscita dalle scuole d’arte e dalle praterie.

Camilla Candida Donzella ha curato l’immagine di Netmage. Disegna, fotografa e in questi anni ha viaggiato dentro queste comunità, permeabili e nomadi, costruite intorno a un continuo scambio di prodotti e produzioni e un irrequieto girovagare tra band e progetti diversi che danno luogo a una rete di scambi, anche economici, che ha reagito al crollo dell’industria musicale standone praticamente fuori. Mettendo insieme supporti fonografici di ogni tipo con packaging e edizioni minuscole e limitate, pezzi d’arte, danno forma a un immaginario denso e stratificato che lentamente si sta insinuando nei consumi culturali e sembra calzare perfettante le città oggi.

Proprio questa produzione culturale ai margini è rimasta fuori da tutta la retorica della città creativa e adesso aleggia tra le sue rovine. Nonostante sia cruciale nel tessere l’immaginario, e quindi istituire i luoghi, purtroppo non è considerata fondante nel progettare lo spazio urbano, se non come forma di eccentrica decorazione. Se negli ultimi anni la questione urbana si è dibattuta tra la negoziazione delle disuguaglianze e il sogno di una città per forza creativa, forse oggi c’è bisogno di portare un altro pezzo al centro, quello della produzione culturale, senza retorica strumentale alcuna, ma come condizione necessaria per abitare la città. Non ha certo senso stilizzare come queste scene nascono, prendosi quello che avanza, scarti di città, pezzi di periferia, spazi devastati, sogni annichiliti. Ma forse sarebbe importante guardare a queste realtà marginali come fondanti, proprio perchè producono immaginario, e rimetterle al centro della riflessione di policy maker e amministratori. Intanto è opportuno tenersi stretto il contributo culturale che danno, e l’incredibile lavoro di ricerca di Netmage.

4 Responses to “netmage”

  1. sbc Says:

    concordo su molto, direi su tutto…. una cosa poi però mi rimane per netmage. come l’impressione di un clichè espressivo che si ripete. non ho visto tutto, ho visto una sera quindi posso anzi certamente mi sbaglio. diciamo un dubbio. che mi porto anche dalle altre volte. che questa poetica della disperazione alla fine non vada oltre la disperazione, la grida, la denuncia , ma non la trasforma. rimane li con rabbia e soffocamento. manca qualcosa.

  2. SP Says:

    “oltre la disperazione, la grida, la denuncia”
    strano se dovessi formulare un appunto al festival è che è un po’ salottiero

  3. lao Says:

    Una volta, molti anni fa, a Roma, vado a vedere Pinocchio. in realtà, evidentemente, è Carmelo Bene che mi interessava, nella mia famelicità postadolescenziale.
    Passa un’ora, passano due. Niente, Carmelo non s’affaccia. Si rumoreggia, si protesta, si commenta sornioni. Lentamente il teatro si svuota. Ma ecco che corre una voce, inzia. Bene entra in scena. Il teatro non è certamente più pieno. Lui non è in costume. Inizia una sequenza di versi, forse versacci. O, allora li ritenevo tali, anche se oggi li inserirei in una divina costellazione di visceralità.
    Una signora, poco lontano da me si alza indignata e grida squillante: “Ma dov’è pinocchio? vogliamo pinocchio!”
    Bene, non si sa come la sente. Si blocca. Silenzio assoluto. Ed eccolo. Lo senti. E’ l’esatto momento in cui Falcao, dopo un splendida, leggiadra e imprevedibile cavalcata, sta per caricare la gamba. ricordiamolo un attimo,…’ paulo roberto falcao, il più grande calciatore del mondo “senza mondo” ‘. ed è lì che carica. e quell’attimo di silenzio, appena prima che il piede impatti la palla, quello è l’arte. E lì, Carmelo esclama: “Signora… Alla sua età… Crede ancora a Pinocchio!?!”
    le arti, quelle arti, con un filo di presunzione, stanno lì per fare domande. sono incompiute, malnate, incerte nel loro stesso statuto, spledidamente effimere. perchè sanno che spariranno, sepolte sotto le falde di storie che non contribuiranno mai a scrivere. esisstono e danno risposte emotive solo nel sentimento provvisorio di chi le ha immaginate, create, forse, in un attimo disperato, convissute. e stava lì, appena prima che il piede colpisse la palla.

    alla fine, ciò che manca, è la loro stessa ragione di sopravvivenza.
    e appena avranno dato risposte, saranno ormai, già,
    echi di supernove.

  4. sbc Says:

    non sono proprio sicuro di aver capito quello che dici… a me pare piuttosto che quando l’arte accade (fatto attendibile anche se molto improbabile) poi resta molto più di altro (e il ricordo di Bene, magari leggero ma certo mordente, forse lo dimostra)

    per il discorso del salottiero…. accetto la critica sorniona… certo che si può essere più scabri ed estremi…e non avrei nulla in contrario … ma confermo la mia posizione e al limite dico che la parte conviviale di netmage mi è rimasta abbastanza periferica rispetto agli impatti visivi e sonori (tra l’altro ho capito dov’era il bar solo alla fine e non mi aspettavo di trovarlo li…) . Resta però il punto.
    Alla fine del dolore bisogna farsene qualcosa …. diffidando degli esercizi di stile.

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