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banche

September 22nd, 2009

Sotto un pezzo di Matt Taibi che ho adattato in italiano in maniera molto disilvolta su GS. Sullo stesso tema vi segnalo un racconto di Giuseppe Signorin, uscito per i tipi di tconzero.

Ci sono le banche che ogni giorno provano a fotterti, e quelle che ti fottono senza che neppure sai che esistono. Sono le banche d’affari. La crisi le ha spazzate via quasi tutte, senza pietà. Bear Stears, Lehman Brothers e Merril Lynch. Sono rimaste Goldman Sachs e Morgan Stanley. Macchine da soldi a scapito di famiglie e gente della strada che si trova stritolata da speculatori. Se pensate che il funzionario del vostro sportello sia uno stronzo senza pietà, forse non avete mai provato a essere morsi a un vampiro.

Questa è la storia, approssimativa, di cinque bolle gonfiate senza nessuna grazia dalle banche d’affari. Quelle dove chi lavora veste in maniera impeccabile e sorride con sorrisi di plastica e probabilmente ha un’ educazione sopra la media e un cervello piu’ veloce del nostro. Peccato che i banker si possano muovere senza troppe regole sui mercati e influenzino duramente la crescita dell’economia globale, e il benessere di tutti noi.

Goldman Sachs è uno splendido esemplare di queste bestie che pascolano sull’umanità senza nessun recinto. Non solo è la più potente banca d’investimento sul pianeta terra, ma è un vampiro che succhia il sangue a tutto quello che profuma di soldi. E il problema non è tanto che questa gente abbia ben pochi scrupoli, ma che chi si è preso la briga di controllare come agiscono proviene troppo spesso dalla stessa banca. Basta curiosare chi sta nelle posizioni chiave dell’amministrazione americana degli ultimi 15 anni per capire che vischioso connubio c’è tra amministrazione e banche. Read the rest of this entry »

D.F.

September 20th, 2009

forluca Scott Klinger

GELATI GELATI

September 4th, 2009

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splendido splendente

September 2nd, 2009

C’è stato un momento in cui il porno è stato parte del discorso pubblico. Cicciolina in parlamento, Moana in prima serata. Momenti magici, che si sono eclissati con gli anni novanta. E adesso che ci chiediamo come siamo finiti a vivere in un tempo in cui galleggiamo nella mucillagine sociale, il romanzo di Ivan Guerrerio “Splendido Splendente” è una traccia non banale che ci accompagna dentro i gangli che hanno tenuto insieme il paese.

Marzio Milani si è scopato Moana Pozzi per caso. Lei l’ha rimorchiato sopra un bagnasciuga sul mar di Liguria. Rimangono amici fino alla sua tragica scomparsa. Davanti agli occhi di Marzio passano i collettivi degli anni settanta, la prepotente avanzata del terziario, i soldi facili degli anni ottanta, il socialismo rampante. Ma soprattutto passa Moana. Il romanzo incede tra pezzi di diario di Moana e il racconto orale di Marzio Milani. Ogni capitolo segna un anno. Ogni anno si apre con il ritornello di una canzone di San Remo. L’immaginario pop deborda all’orizzonte, senza lasciare scampo alla voce narrante che rimane incastrata nella banalità degli anni ottanta.

Ivan Guerrerio ha vinto con merito il prestigioso Premio Italo Calvino per questo romanzo d’esordio. “Spledido Splendente” racconta l’Italia riflessa sul corpo di Moana. O meglio, il corpo di Moana riflesso sull’Italia. A tratti ci si illude che l’immaginario popolare si sia fatto scalfire dell’irruenza dei desideri ben incarnati da questa dea, ma alla fine ci si accorge che tutto viene sapientemente glassato, rinegoziato dal potere e dal mercato. Cosi ci resta il corpo di Moana, morto stecchito. E una Milano a puttane, che da questo romanzo ne esce a pezzi, bistrattata dagli anni ottanta e incapace di ritrovare la dignità.

Hardcore continuum

February 24th, 2009

Conferenza di Simon Reynolds e Mark Fisher presso The Fact. Commento a seguire.

Gelati Gelati

February 9th, 2009

dsc01850-1

elicotteri

February 9th, 2009

la helicopter
[Image: Police Helicopters, by John Nyboer, via Polar Inertia/ Subutopia.]

Bryan Finoki segnala su subutopia, un blog sulla perversione del controllo e della sicurezza degli spazi, un servizio apparso su Polar Inertia. Sono elicotteri che si stagliano sopra il cielo di LA. Il loro rumore si insinua fastidioso giorno e notte. I loro fari squarciano la quiete quando non c’è più il sole. Poi nelle zone più povere, dove si ammazza e si ruba a cielo aperto, gli elicotteri ronzano senza pietà, strusciano sui quartieri, piu insidiosi di tafani nell’afa della nostra estate. Sulle spiaggie battono il tempo, e quando le colline bruciano, si arrampicano carichi d’acqua in un via vai nevrotico.

Black Cross Bowl

February 6th, 2009


Invernomuto,2007

death on installment plan

February 6th, 2009

Certe volte piglia male. Forse troppo spesso. E inizi a scavare. Se fai il fotografo scavi dentro l’archivio, il tuo archivio. Trovi pezzi di vita, ricordi, nefandezze, trasgressioni, sorprese, markette. Se non fai il fotografo le trovi lo stesso. E sono sfuocate, sfumate, magari appiccicate a oggetti, altre persone. Death on installment Plan è il blog di uno come noi, che a un certo punto si è schiantato. Fa il fotografo. Adesso rimette insieme i pezzi, le foto, le sue foto. Si vede la solita america squallida, whitetrash, dove gelatimotel adora rotolare, dove ha rantolato. Il tutto glassato dalla sabbia che si deposita sotto il sole del deserto.

milano

February 4th, 2009

Milano cambia, prova a cambiare. Si trasforma. Questa è la ninna nanna che ci culla e incanta da qualche anno, e l’expo non ha fatto altro che lucidare i sogni di abitanti, palazzinari, architetti e urbanisti incompiuti. Qualcosa si muove, perchè alla fine Milano è rimasto l’ultima città in europa con un peso economico e finanziario rilevante a rimanere cristallizzata, con pezzi di città centrali lasciati vuoti vuoti che ora son pozzi di petrolio. Lucia Tozzi e Fabrizio Gallanti hanno provato a fare un po’ di chiarezza su come il comune sta provando a gestire questo cambiamento. Lo hanno fatto per lo specchio, che trovate ancora in edicola. Qui trovate l’editoriale di Lucia Tozzi.

boogie

January 27th, 2009

A Rs mi hanno chiesto di scrivere una cosina su Boogie, noto fotoreporter. Sono partito da una vecchia suggestione di gelatimotel, che magari qualche lettore affezionato ricorda. Lui inaugura nei prossimi giorni a Milano, presso la Avantgarden gallery.

Cinque sacchi per un pompino. Cinque sacchi per una roccetta di crack.
Il cesso di plastica è un alcova dove consumare un piacere nervoso. Un’orgasmo veloce. Cinque tiri profondi. Ti fai fare un pompino, lei si compra il suo cristallo. Bastano cinque sacchi per pensare di essere felici. Il resto è merda. La stessa che trovi nelle immagini di Boogie. Lui è un serbo che finisce a New York alla fine degli anni novanta e passa il tempo con gente emarginata. Inizia a fotografarla. Gente che si riempe di crack. Gente che si fa in vena. Gente che usa le pistole. Puttane e papponi. Senza tetto e pusher. Le immagini sono in biano e nero, come il bene e il male. Boogie sguazza in quello che noi ci ostiniamo a chiamare male, che ci fa paura. Quello per cui il governo ci manda i militari in città, quello che il sociologo Bauman ci racconta in “Fiducia e Paura nella citta”. Read the rest of this entry »

netmage

January 25th, 2009

Alias/ il Manifesto 24 gennaio

Ci voleva la recessione per bloccare l’hype della città creativa. Da quando Richard Florida ha sfornato l’ormai noto libro dove indici di ogni genere mettevano in fila le città per la presenza di gente creativa, molte amministrazioni si sono messe a inseguire l’idea di trasformare lo spazio urbano in un parcogiochi per consumi culturali neppure troppo sofisticati. Eventi. Festival. Musei. Mezzi musei. Su tutto il pianeta, perfino in Cina, dove sono spuntate surreali scatole di design piene di sola aria.

All’orizzonte oggi si vede invece uno scenario catastrofico, dove i denari per la cultura sono finiti. E soprattutto ci si sta accorgendo che tutto questo affannarsi per la cultura fosse molto strumentale e ben poco centrale nell’istituire una parvenza di senso collettivo. Certo, sarebbe il caso di soppesare ogni singolo caso, ogni singola azione in un contesto specifico. Qui mi limito a segnalare un tendenza, neppure troppo legata all’Italia, ma che ha segnato tutti quei luoghi che hanno vissuto una radicale ristrutturazione del sistema economico e annaspando hanno provato a speculare con leggerezza su cultura e creatività.

La bolla immobiliare, che ha tenuto a bada tutto e tutti con sostanziosi contributi al mondo della cultura, non solo lascia le istituzioni senza liquidità, ma lascia pezzi di città costruiti a metà, buchi neri, che saranno abitati da fantasmi. L’immaginario di questo questo scenario urbano devastato e poco accogliente tra le rovine della città creativa (ben delineato da Matteo Pasquinelli in un recente intervento a Berlino – Beyond the ruins of the creative city – dicembre 2008) è però da diversi anni all’orizzonte di gente che ha provato ad abitare spazi marginali, e forse anche periferici, in senso assoluto. Come un crack, alla fine degli anni novanta, un estetica abrasiva, ma anche meditativa, ha iniziato a prender forma in diverse comunità di ricercatori a proprio agio tra i suoni e le arti visive negli Stati Uniti, per poi cascare in Europa.
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milano

January 23rd, 2009

Fuori dal conchetta la mattina dello sgombero faceva freddo. Soffocare questi spazi, che naturalmente abitano dei luoghi senza un permesso legale, chi va a beneficiare? Non credo che l’opinione pubblica, chi vota, sia piu di tanto sensibile a questo tipo d’azioni, vista la scarsa presenza nella sfera pubblica di questi spazi. I proprietari dell’immobile, forse. Ma parliamo di cifre comunque ridotte, e facilmente compensabili da un amministrazione che vive di perequazione. Sgomberare questo spazio significa allora fare un’azione di repressione culturale mirata, che vuole frantumare ogni esperienza altra che negli anni è riuscita a sedimentare esperienza, conoscenza e partecipazione. Cox18 significa spazio di produzione culturale, significa Calusca, una delle librerie piu sofisticate a Milano, significa l’archivio Primo Moroni, ballerino, intellettuale, attivista cruciale per la storia della città. Sgomberare, senza neppure negoziare pubblicamente, dimostra come la politica a Milano provi a imporre un modello di governo totalizzante. Non c’è da sorprendersi, c’è solo da resistere. Qui potete firmare la petizione online, magari ha senso anche fare atti di vandalismo mirati, scrivere, scriverne, scaldare gli spazi che fanno resistenza, incazzarsi, supportare quelli che fanno i compagni senza ma, alzare l’asticella dei limiti di quello che possiamo sopportare, provare a riflettere quanto senso abbia accettare sempre tutto, essere tolleranti verso le forme di repressione quotidiana.

January 19th, 2009


Netmage 09 from NETMAGE FESTIVAL on Vimeo.

Qui trovate il programma di Netmage. Su Vimeo parecchie preview di quello che si può vedere e ascoltare.

casa rossa

January 18th, 2009


Sunset Boulevard/ echo park (via curbed LA)

Quando sono entrato nella casa rossa hanno iniziato a scavare un buco a fianco. Esattamente il giorno dopo la fine del mio trasloco. Prima c’era un appezzamento abbandonato, chiuso da una rete e pieno di erbacce.
Ero finito a passare l’estate di fianco a una casa in costruzione e avevo una camera senza aria condizionata. Era luglio. La polvere e il caldo rendevano invivibile quel posto. Uscivo presto e mi sedevo a lavorare in un bar 200 metri dove rimanevo troppe ore. Avevano del pessimo caffe ma dentro mi sentivo a casa, pieno di voci e di giornali. Intanto la casa di fianco cresceva con troppa lentezza. Gli operai apparivano in due, tre e tutto sembrava immobile, se non fosse chela polvere ricopriva i davanzali. Dopo due anni, o forse tre, mi è arrivata questa foto, e vedo con dispiacere che hanno costruito una scatola con tutti i tratti tipici di un modernismo senza troppi denari del sud della California, dove ci abiteranno 4 famiglie. Immagino che un po’alla volta tutto il quartiere assumerà questo aspetto, fatto di un architettura un po’ effimera e volatile, come i tanti edifici costruiti a Santa Monica, o Venice.

Forse la casa rossa è tornata vivibile. Eravamo in quattro, abbastanza sbandati. La moquette era impregnata dell’odore di un corpo stanco, e il tetto non era isolato. Il caldo entrava verso le 8 di mattina e non usciva prima di quando la sera sentivi il corpo ebro d’alcol. Stava di fronte a un bar sgualcito e splendido, e quando le porte chiudevano ognuno arrivava a casa con vari ospiti. C’era chi si annidava sul tetto, chi tra le balle di fieno in giardino, altri davanti al tubo catodico, chi gemeva in camera.

Mi manca la casa rossa.

Gelati Gelati

January 17th, 2009


DonaRita

rumori

January 12th, 2009

Nico Vascellari inaugura a Roma il prossimo weekend presso la galleria Monitor. Netmage è a Bologna dal 22 di gennaio. L’ultimo weekend invece c’è Transmediale a Berlino. Un’infilata di cose a cui tengo, specialmente a Netmage, e a cui vado. Dentro riverbera quello che ormai viene considerato il germe che piu a segnato questo decennio, quello di una produzione artistica, specialmente musicale, ma anche visiva, con strutture slabbrate, informale, dure, repulsive. Noise. Il Signor Phibes ironizza a riguardo, scherzando sul fatto che l’avvento di un presidente che dice “Yes, we can”, potrebbe frenare quest’ondata di drones violenti e meccanici che si schiude nel celebre No Fun festival di Carlos Giffoni, e nei celebri no di Mr. Bush. In poche righe mette in luce come il sistema della musica indipendente sia sfuggita dalla grammatica pop anche dal punto di vista produttivo, reagendo al crollo verticale dell’industria. Si entra qui in un’intricata ragnatela dove si potrebbe discutere la cosa dal punto di vista qualitativo, oppure semplicemente guardare come un insieme di codici e comportamenti nati intorno a un suono, a un’attitudutine, siano lentamente divenuti centrali per la produzione culturale di molta gente che sta ai margini, ora neanche tanto, in giro per il mondo. Pensiamo allo splendido esempio di Three Days Of Struggles a Vittorio Veneto. O semplicemente guardiamo al programma di NetMage, che criticamente accrocchia gente che arriva da Providence, da La, dal Giappone e dall’Europa e sta probabilmente guardando alla stessa cosa. Senza parlare della trionfale celebrazione di 10 anni di ClubTransmediale, dove in mezzo a scheggie dubstep ci troviamo Mudboy. Il consiglio è di salire sulla giostra e farsi devastare da questo immaginario tanto ruvido. Io sarò da quelle parti e cerco pure un divano dove appoggiarmi.

Club Midnight

January 10th, 2009

Are you the sole owner of a seedy nightclub?

Are you its sole customer, sole bartender,
Sole waiter prowling around the empty tables?

Do you put on wee-hour girlie shows
With dead stars of black-and-white films?

Is your office upstairs over the neon lights,
Or down deep in the dank rat cellar?

Are bearded Russian thinkers your silent partners?
Do you have a doorman by the name of Dostoyevsky?

Or is Fu Manchu coming tonight?
Is Miss Emily Dickinson?

Do you happen to have an immortal soul?
Do you have a sneaky suspicion that you have none?

Is that why you throw a white pair of dice,
In the dark, long after the joint closes?

*Charles Simic (edizione testo a fronte per Adelphi)
mm pic via nightmare brunette

depression

January 6th, 2009

Gary Huswit ha girato un documentario sul mondo del design, Objectified. Celebrativo. Ma dopo anni di sfrenata corsa al lusso, arrancando dietro il mondo dell’arte, la crisi sembra scalfire anche questo settore e il documentario sembra arrivato fuori tempo massimo. Cannel, con un articolo che è rimbalzato tipo flipper in molt blog in questi giorni, scrive sul NYT “Design loves depression” dove accusa apertamente il mondo del design di aver creato un contesto dove “Form followed frivolity. Function was left off the guest list”. E si domanda se forse la crisi non porterà una spinta innovativa nel mondo del design come era successo durante la grande depressione americana, o nel dopo guerra italiano. Le argomentazioni affondano in una retorica un po’ romantica, che non prende in considerazione i cambiamenti strutturali dell’industria e della ricerca scientifica in quel periodo (nonostante il dilemma dell’uovo e la gallina sia dietro l’angolo), e forse l’autore non si rende neppure conto del livello di benessere in cui viviamo in occidente. Certo se si trovasse una via di mezzo tra la spazzatura di Ikea e il design d’alta gamma non ci sarebbe che da gioire, ma forse la spinta piu che dai designer ce l’aspettiamo da imprenditori in grado di innovare modelli di produzione e distribuzione. Per quanto riguarda i designer io non mi aspetto molto, purtroppo. E continuo guardare a quello che hanno fatto qualche decennio fa dove forse chi disegnava si immaginava un mondo da abitare piu che da arredare.

The Ultimate Good Luck

January 6th, 2009

lina scheynius
“…That was the essence of the modern predicament. The guy who had it in for you was the guy you’d never seen. The one you loved was the one you couldn’t be understood by. The one you paid to trust was the one you were sure would cut and run. The best you could think of was maybe you’d get lucky, and come out with some skin still left on.” Richard Ford, The Ultimate Good Luck 1981
lina scheynius
L’ho letto per caso, in poche ore. Era in uno scaffale di una casa di montagna dove tengo solo noir. Questo è uno di quei noir un po’ esistenziali, è la storia di un veterano che cerca se stesso. La trama funziona, ma neppure troppo con tutti quei colpi di scena che ti aspetti in una sceneggiatura d’avventura. Quello che funziona sono i personaggi, che escono fuori e ti fanno male. Sono i classici cani sciolti, vagabondi che cercano se stessi mettendosi sempre alla prova con la solitudine. E nonostante hanno la pelle dura, soccombono sempre agli altri.

#le foto sono di lina scheynius