POPCAMP
L’agente James Bond indossa una parrucca e un bustino. Si è fatto levare i peli superflui. Tutti, tranne quelli arruffati del petto. Ha delle protesi favolose. Indossa tacchi a spillo e reggicalze. Si ritrova ad adescare un agente russo con baffi spioventi e un fisico taurino in un vizioso nightclub. E’ la trama di “Agente 007: Operazione tacchi a spillo”, una gustosa parodia del virile James Bond scritta da Cyril Connoly . La storia racchiude molti degli ingredienti del gusto pop camp. Esibirsi. Travestirsi. Eludere. Il racconto è uno dei pezzi pregiati di PopCamp, una selezione critica di testi intorno al Camp uscita sulla collana Riga, per i tipi di Marcos y Marcos. La cura Fabio Cleto.
Sono due volumi, corredati da un eccellente apparato iconografico che permette di navigare nell’ineffabile immaginario del Camp. Inutile provare a cercare una definizione. Il camp “è un processo dinamico, una relazione indiscreta fra oggetto e sguardo che improvvisa uno spazio di performance”, come suggerisce il curatore. Ci si può ricamare intorno con le parole o con le metafore, ma l’oggetto sfugge. Non sfuggono i personaggi che lo animano e ne puntellano l’immaginario. Spie. Pin-up. Travestiti. Ballerine. Efebi. Animali esotici. Vecchie cantanti. Tutti che si muovono nella finzione. Tutti che esagerano fino al grottesco il loro essere al centro della scena. Read the rest of this entry »
“Every Monday I will attempt a cover chosen from the requests I receive on myspace throughout the week. Sometimes I will rope in various helpers. ” Il pezzo è di Wiley. Lei lo decanta in camera da letto. Sistema la telecamera. Fa partire la base. E incanta. Powerpop da cameretta con spleen visivo che non vedevo da parecchio.
Check-in Architetture è un progetto in cui sono coinvolto in questo periodo. Invitiamo artisti, architetti, designer, sociologhi che studiano in giro per l’Europa a raccontare pezzi di città per produrre documentari di circa tre minuti. Noi forniamo voli aerei e una redazione. Il resto ce lo mette chi partecipa.
Il progetto sfida una generazione che ha subito uno stravolgimento e sta contribuendo a stravolgere i media: media di spostamento (movimenti veloci e low cost) e media di espressione, archiviazione, consultazione (youtube). Il desiderio di fondo è individuare nuovi modelli di mobilità e di consumo degli spazi, cosi come verificare la presenza di nuove personalità o nuove comunità generazionali che stanno ridisegnando le geografie degli immaginari.
C’è un gruppo di lavoro con me, Andrea Lissoni, Luca Molinari e Mario Flavio Benini che seleziona temi e domande intorno a cui costruire i documentari. Una struttura di redattori e montatori svolge invece una funzione di supporto per la progettazione e produzione dei materiali, assistendo tutti i partecipanti. Dentro ci sono Luca Legnani, Fabio Falzone, Nicola Bozzi, Andrew Berardini e altri personaggi.
Di fatto Check-in Architecture è un piattaforma crossmediale. Nasce sulla rete dove dialoga con i partecipanti, vengono raccolti e organizzati i documentari con youtube e google map e viene scritto un blog dove sedimentare riflessioni. Ma è anche una pubblicazione free-press periodica, un pezzo del palisensto gli Urban Screen e una mostra che viene presentata durante Congresso degli Architetti a Torino e nel periodo della Biennale di Venezia. Il tutto sta prendendo forma e spero abbiate voglia di essere coinvolti (scrivetemi!!!)
Per il momento fatevi un giro sul sito, sul canale youtube, sull’album di picasa e specialmente sul BLOG.
Made in China. Fatto. Assemblato. Manufatto in Cina. Sarebbero da contare i metri di linee di montaggio che si allungano in Cina. Il costo del lavoro ha prodotto una competitità devastante e gli scaffali in giro per il mondo traboccano di prodotti con questo marchio. Ma non basta, oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno bizzarro. Il “made il china”, nonostante un uso non canonico del copyright e la sua trabordante presenza, è divenuto un marchio di successo. In Cina, ma anche oltre i confini della Repubblica Popolare. Certo, ancora naive e per pochi maledetti trendsetter. Spinto dalla delocalizzazione disinvolta delle multinazionali, e dal crescente constroverso fascino per questo paese, il Made in China sembra divenuto cult. Sono cult i prodotti dell’industria cinematografica e dell’architettura. Sono cult i falsi. Sono cult i prodotti dell’elettronica di consumo. E se la Cina appare come un laboratorio sociale cruento, si dimostra però capace di immaginarsi prodotti e tendenze adatti al mercato globale. La celebrazione di questo fenomeno avviene in questi giorni in Inghilterra in una delle piu importanti istituzioni del design al mondo. Il Victoria & Albert Museum ospita “China Design Now”: un percorso espositivo che esplora come la sensibilità che sta maturando in Cina stia segnando anche i nostri consumi culturali. Read the rest of this entry »
Sick Jacken al microfono. Dj Muggs ai beats. Estevan Oriol dietro la camera. Soul Assassins.
Dentro si tirano i fili tra le strutture sociali/criminali che si stanno sedimentando a LA. Faccie e posti, stile e codici, con l’immaginario da gang centroamericana che esplode. Il ghetto si dissolve nel barrio.
Magistrale la chiusura con idioma italico.
Vi segnalo il nuovo sito di Ale Zuek Simonetti. Uno dei tanti di una generazione di talenti usciti da Bassano del Grappa. Tra i lavori che potete curiosare c’è una ricerca sul mondo dei club fetish a Ny e a Miami. Li ha esplorati con l’amica Olivia.
Dan Hill è un grafomane. Ma spesso scrive cose interessanti. Ha un blog, cityofsound. Ravana quotidianamente nella rete in cerca di materiale sulla questone urbana. Seleziona, ordina, archivia link e libri. Ma racconta anche di quello che fa lui. Nell’ultimo anno ha gestito lo start-up in rete di monocle. Rivista che non amo per il taglio da consumo critico per upper class over educated. Ma che di certo ha composto un progetto dall’identità interessante. La rete, in particolare, è una case history per chi si occupa di editoria e nuovi media. In questo testo trovate una riflessione articolata e critica sul progetto editoriale che Dan Hill ha disegnato. Da manuale.
Sono spaventato da questa irruenta ventata di ambientalismo. Mi vien da vomitare mentre leggo i comunicati del salone del mobile pieni di propositi ecosostenibili. Cosi come mi sorprende l’insistere su queste questioni da parte di pensatori illuminati. Sembra diventato l’unico requisito necessario per far passare un progetto, un prodotto, un’idea. Personalmente ho poco a cuore le sorti della natura umana, figuriamoci quelle del pianeta. Ma soprattutto mi sembra che vantarsi di fare una cosa ovvia sia degradante per ogni tipo di discussione inerente il buon design o la buona architettura. Oggi mettere al centro l’ambiente, la natura, la sostenibilità significa aver perso. Significa essere bolle vuote. Il mio suggerimento per il salone del mobile è di boicottare ogni forma d’espressione che si vanti di essere a impatto zero, ecofriendly, green, reciclabile. E di mettere un limone in bocca a chi ne parla.
Immagine scandagliata grazie a roba. Lui è Keith Farquhar, ubriacone scozzese.
Questa è la storia di una slum. Anzi di un villaggio dentro quello che viene chiamato slum.Koliwada sta nel cuore di Mumbai, India. Venticinquetamila persone. Tremila famiglie. Cristiani, mussulmani e indu. Facevano i pescatori, poi l’acqua ha smesso di accogliere pesci perchè un’industrializzazione primitiva ha spurgato sostanze inquinanti dove voleva. Hanno iniziato a vendere alcool, ma presto l’alcolismo ha minato i valori della società. Oggi vivono di poco, economia informale intorno alla lavorazione della pelle e dei tessuti, e poi attitività di intermediazione di beni di prima necessità. Cibo e materiali per tenere insieme baracche e abitazioni schiacciate dalla pressione demografica.
I No Age che se la suonano in riva a un fiume pregno di storie e fantasie.
L.a. river è stato per anni rimosso dalla città, nonostante capolavori come Them ne abbiano coltivato una bizzarra mitologia. Sono 51 miglia, un letto di cemento sinuoso. Dentro ci trovi gente che corre in macchina e homeless che vivono al riparo di ponti. Pescatori e attivisti. Anche musicisti.
“She is an Ohio girl, born in Akron longer ago than she cares to admit. She wears a print dress tightly cinched to show off her narrow waist, silk stockings the runs in which she mends with dabs of nail polish, and white shoes with clunky heels. She used to be a looker, but the years are showing now—too many late nights, too many hangovers, and the company of too many no-good men have etched deep furrows at the corners of her mouth and around her eyes. She is lonely in Biloxi and would like to go home sometime to see her mom and her little brother Titus, but Greyhound tickets cost money and old man Schwartz at the pizza place pays his waitresses peanuts. She dreams of California and its orange groves . . .” John Banville su Bookforum.
Mi sono imbattuto in questo personaggio sfogliando bookforum. Si parlava di noir, e di chi li leggeva. Io li leggo.
Riapro dopo una lunga assenza con un pezzo cosi. Non vorrei sbagliarmi, ma credo sia la cosa che piu si avvicina alle mie notti a LA. La prima volta l’ho sentito in un postaccio chiamato Safari Sam. Di knob creek ne ho bevuto fin troppo, e loro sono state guide fantastiche tra le crepe della città. Los Super Elegantes sono a netmage, tra i tanti che il compagno di merende andrea lissoni ha pescato per la selecta 08. Non posso che esserne felice.